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Guardia medica: 15 aggressioni ogni cento visite PDF Stampa E-mail
Domenica 12 Ottobre 2008 23:01
guardia medica pomeziaInsulti, molestie, rapine e percosse ai danni dei 500 medici in servizio nelle 121 postazioni

Ogni cento visite quindici aggressioni: la metà verbali, ma l’altra di natura fisica. Insulti, molestie, tentativi di furti, rapina e percosse ai danni dei medici di guardia nelle 121 postazioni di Roma e del Lazio. Oltre il 90 per cento degli episodi avviene nelle postazioni gestite dalle Asl locali, in gran parte insicure, prive di misure di sicurezza e sorveglianza, senza collegamenti diretti e immediati con le centrali di polizia e carabinieri; il più delle volte a subire l’ira dei pazienti più indisciplinati o, semplicemente di tossicodipendenti e malintenzionati di turno, sono i medici donna, il 60 per cento dei 500 camici bianchi in forza alla rete di assistenza territoriale.
La denuncia è dello Smi, il Sindacato medici italiani, che dopo un’indagine interna, ha sciorinato le cifre di un’autentica emergenza per cui nove dottori su dieci, in media, ammettono di avere vissuto in prima persona un’aggressione durante il servizio. «Da tempo chiediamo di dotare le postazioni di mezzi di difesa attivi e passivi - dice Pina Onotri, membro della segreteria regionale dello Smi, medico di famiglia e di guardia - quali grate, videocamere, videocitofoni, sistemi di collegamento diretti o radio con la sala operativa di competenza e le centrali delle forze dell’ordine. A Guidonia, per esempio, dove tempo fa due dottoresse vissero una notte di terrore barricandosi in una stanza per sfuggire alle minacce di un pregiudicato, erano stati promessi provvedimenti urgenti e una nuova sede, invece tutto è rimasto invariato».
Ogni anno alla Centrale d’ascolto della guardia medica di via Ostiense (06.570600) che raccoglie le chiamate per le postazioni delle Asl Rm A, B, C, D, E, F e G, arrivano 215mila richieste d’aiuto, cifra che segue un trend di crescita positivo. «La maggior parte le filtriamo con consigli telefonici - afferma il Giancarlo Mosiello, dirigente dell’Ares 118 - per 50mila inviamo il medico e solo in mille casi l’intervento si risolve con l’ambulanza e il ricovero ospedaliero. Questo sistema tramite l’utilizzo dei medici di guardia permette di decongestionare la richiesta di mezzi del 118 e l’afflusso dei codici bianchi (i meno gravi, ndr) nei pronto soccorso. Con un risparmio notevole sui costi della sanità». Ma il 118 gestisce, di fatto, solamente i dodici medici di turno più altri due operatori della Centrale romana, le cui strumentazioni tecniche sono fornite dalla cooperativa Capodarco, e i dottori al desk assunti con contratti a tempo secondo una graduatoria data dalla Regione.
«Questo vuole dire - aggiunge Mosiello - che non esiste un’omogenità del servizio su scala romana. Perché poi, ricevuta la chiamata, ogni postazione fa capo all’azienda sanitaria di appartenenza. Con i mezzi e il personale che ciascuna Asl mette a disposizione. Noi smistiamo le chiamate, ma per tutto il resto - conclude - ogni postazione è storia a sè».
La guardia medica, per contratto, è chiamata a sostituire il medico di famiglia quando questo non è in servizio. Vale a dire, tutte le sere dalle 20 alle 8 di mattina e dalle 8 alle 20 di tutti i festivi e prefestivi. Il sabato con un gap dalle 8 alle 10, visto che il medico di famiglia deve essere reperibile. E durante i ponti, le festività di Natale e Capodanno, nel mese di agosto, il picco degli interventi s’impenna.
«Troppo spesso - continua la dottoressa Onotri - le richieste di chi si rivolge a questo servizio sono inappropriate e, spesso, generano aspettative che non possono essere, in realtà, esaudite. Ecco allora che si creano esasperazione e aggressività. Non dimentichiamo, inoltre, che stando alla pianta organica per la continuità assistenziale nel Lazio su cui oggi si fa leva per fare posto al taglio di numerosi servizi, i medici del settore dovrebbero essere uno ogni 5mila abitanti. E il Piano di rientro sta bloccando le nuove assunzioni. Senza una giusta attenzione e investimenti adeguati - conclude - questi professionisti rischiano di essere relegati in avamposti di frontiera». di ALESSIA MARANI
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fonte: Il Messaggero

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